Dopo il Congresso di Vienna del 1814 i territori dell'Istria e della Dalmazia tornano sotto il dominio dell'Impero Asburgico. Era un territorio abitato da diverse etnie parlanti lingue diverse dove, nel XIX secolo, si svilupparono movimenti nazionalistici legati alle popolazioni italiane, slovene e croate. Con la nascita di questi movimenti cominciarono i primi attriti fra gli italiani da una parte e gli slavi dall'altra, in quanto ciascun gruppo ambiva all'annessione della regione alla rispettiva madrepatria. L'Istria era una delle terre reclamate dall'irredentismo italiano. Gli irredentisti sostenevano che il governo austro-ungarico incoraggiasse l'immigrazione di ulteriori slavi nella regione al fine di contrastare il nazionalismo degli italiani.
Dopo la fine della prima guerra mondiale, ancor prima del trattato di Rapallo (1920) che sancì l'annessione dell'Istria all'Italia, quei territori erano già stati invasi dalle forze armate fasciste. La popolazione era formata da Slavi in prevalenza contadini e da Italiani dediti all'artigianato, al commercio e spesso proprietari terrieri, insediati in prevalenza presso le pricipali città costiere: Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Rovigno, Pola, Albona.
In queste città l'opera di italianizzazione voluta da Mussolini si fece sentire fin da subito.
Dopo il 1920, Mussolini ordinò la distruzione di tutte le scuole di lingua slava in tutta l'Istria e la Dalmazia, impose l'uso della sola lingua italiana, fece ditruggere tutti gli enti culturali, sociali e sportivi. Vennero messi al bando libri e giornali slavi e le squadre fasciste avevano il compito di far osservare l'ordine "con metodi persuasivi". Ordine che, il 15 ottobre 1925, divenne legge (RDL n. 1796). Questa legge, preludio forse delle leggi antisemite, imponevano l'uso della lingua italiana e l'abolizione sia delle lingue straniere che delle parlate locali su tutto il territorio del Regno italico. Fu una vera e propria azione criminale e squadrista dedita a colpire l'etnia slava.
Nel 1993 lo Stato italiano e quello Sloveno istituirono una Commissione storico–culturale italo–slovena. Nella relazione presentata dagli studiosi che parteciparono a questa ricerca si trova scritto:
Il fascismo cercò di realizzare un vero e proprio programma di distruzione integrale dell'identità slovena e croata
Come la tragedia delle foibe fu per lunghi anni ufficialmente ignorata, gli eccidi compiuti dalle truppe italiane di occupazione nell'ex Jugoslavia sono ancora oggi poco conosciuti e non c'è Giorno del ricordo o Giornata della memoria in cui si possa ufficialmente rievocarli. Lo storico triestino Tristano Matta, in un suo saggio sull'argomento ha scritto:
La campagna militare e l'occupazione della Jugoslavia da parte dell'esercito italiano nel corso del secondo conflitto mondiale, benchè oggetto di una considerevole mole di studi, sono (insieme alla disastrosa e ancor meno studiata campagna di Grecia) sicuramente meno presenti nella memoria diffusa degli italiani rispetto ad altre campagne e ad altri fronti di guerra [...]. E ciò a dispetto del fatto che nell'avventura militare iniziata nell'aprile del 1941 risiedano in parte le premesse di alcune tra le più importanti e negative conseguenze per gli interessi nazionali dell'avventura bellica mussoliniana: acuirsi dello scontro nazionale al confine orientale, perdite territoriali.
Il fronte orientale nei territori di confine conobbe stragi efferate. La mano violenta del fascismo si estese su tutto il territorio slavo fino al Montenegro e l'Albania. Come Mussolini dichiarò a pola nel 1920, l'Adriatico doveva diventare un mare esclusivamente italiano. Dal 1919-20 fino al 1944-45, in quelle terre, ogni giorno si verificarono stragi di civili, fucilazione, esilii, crimini di ogni genere. Di seguito vi proponiamo cifre che non hanno lo scopo di indicare con precisione la quantità delle vittime, ma solo di rendere meglio l'idea.
Nel volume Il crollo del Regno di Jugoslavia, Belgrado 1982, Velimir Terzic, all'epoca generale in congedo dell'Armata iugoslava, calcolò che le vittime provocate in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale dall'occupazione italiana furono circa 749.000 e precisamente:
437.935 persone uccise.
64.512 invalidi.
131.250 obbligati ai lavori forzati.
109.437 deportati nei campi di concentramento.
7.450 nei campi per prigionieri di guerra.
A sua volta lo studioso croato Zerjavic, in polemica con Terzic ed altri autori serbi, nel suo libro Perdite della popolazione della Jugoslavia nella seconda guerra mondiale, Zagabria 1989, riduce notevolmente le cifre delle perdite civili provocate dagli occupanti italiani, calcolando che nei territori della Croazia e Slovenia annessi e/o occupati dall'Italia i civili uccisi furono circa 178.000. Sommando a queste le perdite montenegrine, si arriva a poco più di 200.000. Non sono i 438.000 morti indicati dal Terzic, ma siamo pur sempre di fronte a un orrendo bilancio di sangue.
torna suLo storiografo Carlo Spartaco Capogreco scrive:
In Jugoslavia il soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il ruolo dell'aguzzino, non di rado facendo ricorso a metodi tipicamente nazisti quali l'incendio dei villaggi, le fucilazioni di ostaggi, le deportazioni in massa dei civili e il loro internamento nei campi di concentramento.
I campi di concentramento italiani, nei quali furono rinchiusi più di centomila civili slavi, croati, montenegrini ed erzegovesi, si trovavano dall'Albania fino all'Italia settentrionale, centrale e meridionale. L'isola adriatica di Arbe (Rab), Vodice, 0šljak, Zlarin, Divulje in Dalmazia, sulle isole di Ugliano (Ugljan) e Melada (Molat), Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto, Renicci nei pressi di Anghiari (Arezzo), Fraschette di Alatri (Frosinone), Cairo Montenotte (Savona), Poggio III Armata e Castagnèvizza nei pressi di Gorizia, Tavernelle in provincia di Perugia, Pisticci, Ferramenti, Brunelle (Bergamo). Oltre a questi vanno aggiunti i campi di internamento di Corropoli, Colfiorito, Lanciano, Casoli, Pollenza, Sassoferrato, Scipioni, Lipari, Ustica eccetera. Non si contano, poi, i campi di transito che funzionavano lungo tutta la costa'adriatica. Ricorderemo subito quelli di Fiume, di Buccari (Bakar) e Fortore (Kraljevica) ad est di Fiume.
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