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La “storia simbolo” di Norma Cossetto

La morte di Norma Cossetto, istriana di Santa Domenica di Visinada, un paesino vicino a Visignano, è uno tanti episodi drammatici che simboleggiano la bestiale ondata di violenza che si abbattè sugli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia dopo l'8 settembre del 1943. Ma è forse l'unico che si può raccontare dall'inizio alla fine.
Norma, come racconta lo storico istriano Antonio Pitamitz, aveva 23 anni ed apparteneva ad una famiglia di possidenti. Suo padre aveva ricoperto incarichi nella locale sezione del partito fascista. Nell'estate del 1943, la giovane, iscritta all'Università di Padova e allieva del professor Concetto Marchesi, stava preparando la tesi di laurea dedicata alla storia della sua Istria. Aveva scelto il titolo dal colore della sua terra fertile e arrossata dalla presenza della bauxite: Istria Rossa. Il 26 settembre venne infatti prelevata dai partigiani e rinchiusa nell'ex caserma dei carabinieri di Visignano. Fu trasferita insieme ad altri parenti ed amici, arrestati come lei, in un carcere di Antignana dove ebbe inizio per la giovane una straziante via crucis. Nei giorni che seguirono, la prigioniera dovette subire ogni sorta di tormenti. Fu anche legata sopra un tavolo e violentata ripetutamente dai suoi aguzzini. Una donna che abitava nei pressi della scuolaprigione, udendo i suoi lamenti, ebbe il coraggio, verso sera, di avvicinarsi alle imposte: Norma, ancora legata al tavolo, invocava i genitori, chiedeva aiuto, chiedeva acqua, chiedeva pietà. Dopo giorni di sofferenza, la povera ragazza fu condotta nel paese di Santa Domenica dove il solito «Tribunale del popolo» la condannò sbrigativamente a morte insieme ad altri ventisei compagni di sventura. Per tutti, la tomba doveva essere una foiba di Villa Surani. I morituri furono legati insieme e scortati fino al luogo dell'esecuzione da sedici partigiani titini. Norma non si reggeva in piedi, ma prima di precipitarla nella voragine, i giustizieri vollero ancora approfittare di lei. E dopo avere infierito su quel povero corpo ormai inanimato, le recisero i seni e le conficcarono un legno nei genitali.

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