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Testimonianze dei quaranta giorni di Trieste, tratte da “Primavera a Trieste” di Quarantotti Gambini

Cornelio Dalmin di Muggia, partigiano a diciassette anni e comunista, un fratello morto nella Resistenza, si dirige a Trieste per la manifestazione del primo maggio:

Siamo venuti a piedi, da Muggia fino a Trieste, tutti i partigiani [...]. A San Giacomo, quartiere operaio e rosso, ci siamo incontrati con quelli di Trieste, tutti in divisa [...]. Arriviamo a Trieste, era tutto pieno di gente. Veniamo giù da San Giacomo, in piazza Garibaldi e poi verso piazza Goldoni e imbocchiamo corso Italia. Ci accorgiamo che c'era poca gente ai lati della strada. Arriviamo a metà di corso Italia, di nuovo pieno, ma la gente ci insulta: «Assassini! Porci! S'ciavi!». «Come? Abbiamo combattuto, c'è stata la Liberazione! Dopo quello che hanno fatto i tedeschi che hanno distrutto mezzo mondo ci trattavano a quella maniera?!», e tutti ci gridavano addosso. In piazza della Borsa peggio del peggio: «Assassini!!» [...]. Vuotavano giù pitali pieni di urina. «Mamma mia! Ma come? È finita la guerra!», insomma, una cosa tremenda! [...] Sulla via del ritorno arriviamo vicino all'Ospedale Maggiore per tornare verso Muggia e tirano una bomba!

Dal diario di Mafalda Codan, figlia e nipote di commercianti e possidenti di Parenzo arrestati e gettati nelle foibe nell'autunno del 1943. Lei è arrestata a Trieste, ed è riportata in Istria così:

È il 7 maggio 1945 [...] prendo un libro e vado in giardino. Appena uscita mi trovo davanti tre partigiani comandati da Nino Stoinich con il mitra spianato. Prima di tutto si rallegrano dell'orribile morte dei miei cari e poi mi intimano di seguirli [...]. Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina [...]. Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano, imprecano. S. mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte [...]. A Santa Domenica mi portano davanti alla casa di Norma Cossetto, infoibata nel settembre del 1943, chiamano sua madre, vogliono farla assistere alle mie torture per ricordarle il martino della sua Norma.

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I quaranta giorni di Trieste, testimonianze slove, tratte da “Guerre e memorie slovene” di M.Verginella

In questa e altre testimonianze, ha osservato Marta Verginella, l'ingresso dei partigiani di Tito e la bandiera iugoslava issata sul palazzo comunale rappresentano la conquista simbolica della città: la sfera pubblica, negata per un ventennio a qualsiasi tipo di presenza slovena, fu riconquistata. La soddisfazione di poter camminare per la città, finalmente liberi di parlare nella propria lingua.

Per le persone provenienti dall'entroterra e male assimilate dal tessuto urbano, la città era stata per tutto il periodo del fascismo luogo ostile e come ogni luogo proibito aveva esercitato fascino e repulsione. Questo fascino, amalgamato con i rancori che il mondo contadino e le classi subalterne slovene nutrivano verso la città, trovò il modo di esprimersi dopo il primo maggio del 1945 [...]. Era soprattutto il mondo sloveno vituperato e sottomesso a festeggiare il primo maggio 1945 la propria vittoria.

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