Storia > Conseguenze > Documenti-11

I° testimonianza

Testimonianza tratta dal libro Noi siamo la classe operaia. I duemila di Monfalconedi A. Berrini

Nel febbraio del 1947 tutto sembra esser accaduto all'improvviso. Partivano a piccoli gruppi, come folate di vento insuccessione. Immaginiamoli: nuclei di quattro, cinque. Fratelli, cugini, amici d'infanzia. Giorno dopo giorno, inseguendosi l'un l'altro verso Fiume. Insieme hanno vissuto la dittatura fascista, la guerra e l'occupazione della vicina Slovenia e della Dalmazia. Molti hanno combattuto con le brigate partigiane. Salgono su un vagone ferroviario a Gradisca, a Fogliano, a Redipugha. Cacciano la testa fuori dal finestrino a Ronchi dei Legionari, a Monfalcone, a Prosecco e riconoscono entusiasti altri che salgono su altri vagoni. Poche ore più tardi, alla stazione di Fiume, si scopriranno in cento, arrivati quel giorno con lo stesso treno. Scenderanno verso il porto cantando “L'Internazionale, Bandiera Rossa”.[...]Erano partiti baldanzosi, sprezzanti. Andavano a costruire il mondo nuovo. Non lo avevano trovato, erano tornati in silenzio. Ma qui i loro nomi erano scritti in rosso sui libri mastri, i cantieri gli chiudevano le porte in faccia. Nelle terre d'origine gli ex operai dei cantieri di Monfalcone si scoprivano segnati a dito come traditori, antitaliani. Li apostrofavano con un termine infamante: «Taci ti, sciavo». Taci, slavo.

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II testimonianza

Testimonianza di Riccardo Bellobarbich e riportata ne “L'esodo” di Arrigo Petacco

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Tutto filò liscio fino a quando scoppiò lo scisma di Tito. Mi arrestarono perchè avevo organizzato una colletta per i nostri compagni deportati in Bosnia e fui condannato a 28 mesi di lavoro socialmente utile nell'isola di Sveti Grgur, San Gregorio. In realtà ai lavori forzati. Era un periodo molto confuso: ricordo che qualche mese dopo furono internati con me anche il giudice che mi aveva condannato e il pubblico ministero. La detenzione serviva al ravvedimento: a comandare ogni baracca c'era un kapò, un ravveduto e ogni giorno c'erano riunioni con interrogatori stringenti. Volevano sapere tutto sui nostri rapporti esterni con i compagni e se non parlavamo ci bastonavano. Alcuni sono arrivati al suicidio, altri a denunciare parenti e familiari. Era inverno e subii dieci giorni di isolamento con cibo razionato a metà e senza indumenti pesanti. Alla fine dei 28 mesi, il tribunale interno dei kapò stabilì che non ero ancora ravveduto e mi mandarono a Coli Otok, l'Isola Calva, per l'ultima fase di rieducazione. Dovevamo spaccare delle pietre servendoci di altre pietre. Chi si fermava doveva essere bastonato dai compagni e chi non picchiava era a sua volta bastonato. Passai altri sei mesi a Coli Otok, poi fui liberato. Tornai a Fiume: volevo rientrare in Italia, ma non avevo soldi, lavoro, passaporto. E qui cominciò il tentativo della polizia di farmi diventare delatore. Riuscii a farglielo credere. Ripresi il vecchio lavoro fino a quando mi concessero un permesso per tornare in Italia. Era il 1952...

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III testimonianza

Testimonianza di Virgilio Giacomini e riportata ne “L'esodo” di Arrigo Petacco

Quando si veniva boicottati si portava anche un altro segno di distinzione oltre la camicia nera (tale indumento veniva imposto a chi era deportato a Coli per la seconda volta, N.d.A.): i pantaloni con la striscia rossa come i carabinieri. Noi, in camicia nera e pantaloni strisciati di rosso eravamo gli ultraboicottati. Ciò significava che chiunque poteva picchiarci in qualsiasi momento, senza alcun motivo e senza dovere rispondere a nessuno. Molti, infatti, ci picchiavano, specie i montenegrini, per far vedere di essere ligi al dovere e del tutto rieducati. Con la camicia nera rimasi più di cento giorni fino a quando giunse a Coli il ministro Rankovic. Lo vidi anch'io, passò vicino al nostro gruppo. Dopo la sua visita ci tolsero la camicia nera e cominciò a farsi strada un sistema più morbido. Non si picchiava più eccetto casi estremi. Potevano solo maltrattarci a parole, sputarci in faccia e farci altre angherie....

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IV testimonianza

Testimonianza tratta dal libro “Goli Otok, ritorno all'isola calva” di Giacomo Scotti, lettura consigliata per chi volesse approfondire l'argomento riguardo il gulag di Tito.

Chi arrivava sull'Isola come prima cosa doveva essere stato arrestato per cominformismo, e successivamente dimostrare di essersi pentito, di aver cambiato posizione; ma non era sufficiente dichiararlo soltanto, bisognava dimostrarlo. Ci furono dei prigionieri che lasciarono l'Isola Calva dopo soli pochi mesi, si trattava di gruppi di cento–duecento persone che avevano cambiato atteggiamento e perciò erano stati graziati da Rankovic, come ci si esprimeva, in realtà per decisione degli inquisitori. Questi prigionieri, nonosttante avessero dimostrato la loro lealtà, dovevano firmare una dichiarazione (e nell'occasione ricevevano uno pseudonimo) con la quale si impegnavano a battersi attivamente contro ogni tipo di nemici, specialmente contro i cominformisti. Se queste persone, una volt in libertà, non eseguivano bene i compiti affidati loro dall'Udba, venivano rispediti sull'Isola Calva. Tali persone venivano chiamate “i reduci” e nei loro confronti per un certo tempo si applicava un regime impossibile a descriversi. Con i miei occhi ho visto un capo–baracca picchiare un prigioniero di quel tipo, che dopo la bastonatura morî, essendo malato di cuore. Di casi come questi ce ne furono tanti, e nessun capo–baracca responsabile di queste morti fu rimosso dal suo incarico.

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