Tommaso Besozzi corrispondente dall'Istria per «L'Europeo»:
torna suOvunque i segni della partenza, e che sia essa quasi totale non c'è dubbio. Trentamila su trentaquattromila avevano chiesto di essere trasferiti nella penisola e trentamila abbandoneranno realmente le loro case prima che Pola sia consegnata ai soldati di Tito. Lungo le banchine, da Scoglio Ulivi fin quasi all'Arsenale, si levano cataste di mobili. La neve li ha coperti. Alla stazione ferroviaria attendono altre montagne di masserizie. Si cammina per le strade di Fola; tutte le case rintronano di martellate. A Venezia c'è un ufficio staccato della Presidenza del Consiglio per l'organizzazione logistica dell'esodo.[...]Giorno per giorno le case di Pola si svuotano. Gli italiani se ne vanno nella proporzione di diciannove su venti. Giorno per giorno dalla periferia avanzano gli slavi: quelli residenti da anni nei sobborghi e quelli che continuamente filtrano attraverso la «linea». Vanno ad occupare gli alloggi migliori al centro e attorno al porto... «L'Arena di Pola» continua ad essere stampata ogni giorno, ma da un pezzo vi si leggono solo le notizie dell'esodo. Pubblica ogni giorno due colonne di partecipazioni di matrimonio (i fidanzati vogliono sposarsi a Fola prima di partire) e quattro o cinque colonne fitte di annunci economici («Disponibile mezzo vagone da Ancona a Terni», «L'ufficio del rag. Tizio lo troverete da oggi in via Caio a Vicenza», «Corda e chiodi urgono» ripetuto cento volte come un'invocazione di soccorso. «Si cerca un magazzino a Marghera», «Domestica polesana si offre a polesano che si rechi a Spoleto...»). La vecchia cieca che chiedeva l'elemosina sui gradini del duomo ha pubblicato anche lei un annuncio: ringrazia e saluta tutti; se le lasciano i lumini li accenderà; imparerà a distinguere le tombe come ha imparato a orizzontarsi senza guida per le vie di Pola.
Testimonianza scritta dalla penna di Idro Montanelli e riportata ne “L'esodo” di Arrigo Petacco
torna suAnche io avevo avuto il dubbio, in un primo momento, che questo timore fosse retaggio soltanto di una certa classe, spaventata all'idea di venire sottoposta a un determinato regime sociale e in grado di sostentarsi anche fuori del proprio paese. Mi ingannavo. Per il 95 per cento questi esuli sono dei poveri diavoli e le loro masserizie ne denunciano la miseria. Ammassate in lunghi capannoni alla Scomenzera e alla Giudecca, lunghe teorie di materassi sdruciti, di cassettoni traballanti, di letti sgangherati, di sedie e di tavoli zoppi, di gabbiuzze con canarini spauriti, di cagnetti bastardi legati con uno spago documentano l'origine proletaria dei loro proprietari. Il comunismo e l'anticomunismo non c'entrano. Non fuggono i con tadini perchè sono anticomunisti, non fuggono gli operai e gli artigiani, non fugge il comunismo chi non ha nulla da perdere. L'unico italiano di Pola (persino due pazzi: un maschio e una femmina, hanno voluto fuggire) che aveva mostrato intenzione di rimanere è un professore comunista che, subito dopo la liberazione, fondi un circolo di cultura italo–slavo puntando sulla carta della fraternizzazione. Ieri ha chiesto anche lui di imbarcarsi. Lo aveva chiesto anche il sindaco italiano e comunista di un paesetto vicino, di nome Facchinetti, ma non ha fatto in tempo: una pallottola lo ha freddato mentre preparava i bagagli.
Tratta da Il mio confine, di Moia meja (2002), «videoracconto documentario» realizzato da Kinoatelje e dalla sede regionale Rai per il Friuli Venezia Giulia – programma sloveno: soggetto e sceneggiatura di Nadja Veluscek, regia di Anja Medved e Nadja Veluscek.
torna suSono nata con questo confine, oltre confine. Mia mamma era goriziana, mio padre della Valle dell'Isonzo. Si sono sposati e il confine si è chiuso dietro di loro. Da quel momento la mia vita e la vita di tutti è andata a cozzare contro questa barriera invisibile, e perciò tanto più impenetrabile, che attraversava non solo campi, strade e giardini, ma anche i sentimenti, i pensieri, le aspettative.
In una Postfazione a Trieste nei miei ricordi, pubblicata nel 1948, Giani Stuparich ricorda i giorni dell'anno precedente, alla vigilia del trattato di pace
torna suErano i giorni più amari di Trieste e della Venezia Giulia, quando i potenti del mondo giocavano col nostro piccolo destino. Speranze e delusioni si alternavano, si passava dall'esasperazione all'abbattimento, dall'abbattimento alla rivolta. I cittadini camminavano per le strade smarriti, avviliti, o guardando da ogni parte, se non fosse per sopraggiungere qualche sorpresa che li scotesse, o li annientasse per sempre. I fuggiaschi di Fola e dell'Istria sbarcavano come storditi, si afflosciavano sulle rive, accanto alle loro misere masserizie.