Storia > Conseguenze

Premessa storica

Troviamo opportuno contestualizzare storicamente, in un quadro più generale che completi meglio le nostre conoscenze, le gravi conseguenze dei fatti che interessarono la popolazione giuliano–dalmata, dopo la presa di potere dei partigiani sloveni.
Così Arrigo Petacco in L'esodo ci racconta la allora difficile situazione dei Balcani ed il «tradimento di Churchill» che permise a Tito di salire al potere

Verso la fine del 1941, dopo l'aggressione tedesca all'URSS, entrarono in azione in Jugoslavia anche le prime brigate del movimento partigiano comunista guidato dal Maresciallo Tito. Per qualche tempo i due movimenti operarono autonomamente, ma con il comune obiettivo di cacciare gli invasori, distruggere lo Stato croato degli ustascia e riunificare la Jugoslavia. Fra i due capi vi furono anche dei tentativi di intesa, che però non approdarono a nulla per i profondi contrasti ideologici. Sicuro dell'appoggio degli Alleati (Churchill era stato con lui prodigo di aiuti militari e di promesse politiche e territoriali, fra le quali non mancava, come al solito, la Venezia Giulia), Mihajlovic resistette a fronte alta ai tentativi egemonici messi in atto da Tito. Questo stato di cose perdurò alcuni mesi, poi l'equilibrio fu spezzato da quello che i cetnici definiranno «il tradimento di Churchill». Ciò accadde nell'ottobre del 1942 quando il premier britannico dovette accorrere a Mosca per placare l'ira di Stalin. Da tempo, il capo sovietico reclamava dagli Alleati l'apertura di un secondo fronte in Europa per alleggerire il peso della guerra, che in quel momento gravava interamente sull'Armata Rossa. Non potendo accontentarlo (il secondo fronte sarà aperto dagli Alleati soltanto nel giugno del 1944 con lo sbarco in Normandia), Churchill cercò di rabbonire il diffidente alleato sovietico accogliendo altre sue richieste. Fra le quali figurava il riconoscimento dell'influenza di Mosca sui Balcani e il conseguente abbandono di Mihajlovic a favore di Tito che Stalin considerava un suo luogotenente. Qualche tempo dopo, la Gran Bretagna richiamava tutte le missioni militari presso il comando di Mihajlovic per trasferirle nel quartier generale di Tito. Di esse faceva parte anche il figlio dello stesso Churchill col grado di capitano. Con Mihajlovic restarono invece gli americani, più restii a compiere quel clamoroso voltafaccia. Scriverà infatti Harold MacMillan nelle sue memorie: «Gli americani aiutano l'ala destra della guerriglia jugoslava e noi l'ala sinistra...». Ma alla fine anche il presidente Roosevelt accettò il ricatto di Stalin e Mihajlovic si ritrovò definitivamente isolato.

Le informazioni riportate da Petacco permettono di comprendere meglio quale fosse il contesto internaziole, in cui si denotano le cause che permisero a Tito di accedere ad un rapido controllo dei territori, senza opposizioni intrnazionali e alcune cause che motivarono le scelte del trattato di Parigi nel 1947. Bisogna poi ricordare che le truppe titine furono armate dagli inglesi, affinchè la loro offensiva alle truppe tedesche ed ai fascisti italiani fosse più efficace. Inoltre al trattato di pace di Parigi del 1947 l'Italia partecipò da nazione sconfitta.

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Dal trattato di Parigi (1947) al trattato di Osimo (1975)

Al trattato di pace del 1947, svolto a Parigi, l'Italia partecipò da nazione perdente mentre la Jugoslavia da vincente. Per quanto riguardava il confine orientale l'Italia cedeva alla Jugoslavia il territorio di Zara, l'isola di Lagosta e quasi tutta la Venezia Giulia (gran parte dell'Istria, del Carso triestino e goriziano, e l'alta valle dell'Isonzo). Il trattato prevedeva anche il Territorio Libero di Trieste, provvisoriamente diviso in una zona ad amministrazione alleata (comprendente la città) e in una zona ad amministrazione jugoslava. È del 1954, poi, il «Memorandum di intesa» che pose sostanzialmente fine alla questione, con l'attribuzione della zona A, e quindi di Trieste, all'Italia, e della zona B alla Jugoslavia: avrà sanzione definitiva solo nel 1975, con il Trattato di Osimo. Le speranze di non dover lasciare la propria terra da parte della popolazione italiana si altalenarono dal 1947 fino ad estinguersi nel 1975.

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L'esodo

Migliaia sono le pagine scritte sia da persone che hanno vissuto l'esodo in prima persona sia dai figli o da parenti o da amici. Anche in questo caso, la stima esatta di quanti italiani furono costretti ad andarsene dalle terre in cui erano nati è difficile da dichiarare. Nelle nostre fonti la cifra che maggiormente viene calcolata è circa 250.000 persone. Bisogna anche ammettere che, ancora oggi, l'argomento dell'esodo è un argomento storico che, troppo spesso, la propaganda politica, sia di destra che di sinistra, o ha raccontato male o non ha raccontato affatto, ed in entrambi i casi non ha reso giustizia a chi ne è stato protagonista. Così Marco Santaroni nella introduzione alla sua tesi di laurea “Trasferimenti forzati di popolazione nel secondo dopoguerra: il caso istriano-dalmata”, ci trova pienamente d'accordo

Le letture dell'esodo fornite fino a qualche tempo fa erano fortemente influenzate da giudizi politici, visto che era la Jugoslavia di Tito il paese da cui gli italiani fuggivano. La destra ha per lungo tempo strumentalizzato la vicenda, con il fine di demonizzare il comunismo jugoslavo, dimenticando le nefandezze compiute dai fascisti a danno di sloveni e croati. La sinistra ha tentato in un primo momento di ridurre il fenomeno ad una semplice fuga di fascisti, poi – dopo la scomunica di Tito – ha preferito tacere, per non suscitare dubbi sulla bontà delle democrazie popolari. Differentemente da altri casi di trasferimento massiccio di popolazione che interessarono l'Europa – soprattutto orientale e balcanica – nei due dopoguerra, l'esodo istriano non fu la conseguenza di un atto formale di espulsione, nè di accordi per lo scambio o di pratiche di concentramento e deportazione forzata.
L'effetto complessivo della politica jugoslava fu quello di spingere gli italiani all'esodo, ma è d'obbligo chiederci se ci sia stata la volontà non dichiarata di espulsione su base etnica o se si sia trattato di una ricaduta oggettiva della natura totalitaria del regime jugoslavo.

È difficile raccontare un esodo, se non si è vissuto in prima persona, perciò, anche in questo caso, preferiamo lasciarlo raccontare ai testimoni attraverso alcuni documenti che abbiamo recuperato.

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Il controesodo

Per anni la storia non ha mai parlato di questa vicenda, e non è nostra intenzione darne un motivo, ma per lo meno raccontarla. Le persone, chiamate «monfalconesi», che parteciparono al controesodo verso Fiume e la Jugoslavia, raccontano non il realizzarsi del proprio ideale comunista, ma la storia di una sconfitta cocente: non tanto politica quanto umana. Se da una parte migliaia di persone si videro costrette ad abbandonare le proprie terre, dall'altra, in dimensioni molto minori, si ebbe uno spostamento in direzione opposta. Infatti piccoli gruppi di persone, dopo il 1947, lasciarono alle spalle lavori sicuri e la propria terra madre per seguire il proprio ideale comunista (si ricordi gli operai dei cantieri navali di Monfalcone). Nel 1948 Tito decise di separarsi dal Cominform ossia il “Communist Information Bureau” ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti e Laburisti, costituito a Varsavia nel Settembre del 1947 allo scopo di scambiare informazioni tra i partiti comunisti dei vari paesi europei, fra cui il Partito Comunista Italiano. I monfalconesi, fedeli alla figura di Stalin, al Partito Comunista Italiano e quindi al Cominform, furono arrestati e rinchiusi per anni nei Gulag di Tito (si ricordi quello di Goli Otok). Nel 1953 Nikita Kruscev avviò il processo di destanilizzazione e Tito dette ordine di liberare alcuni monfalconesi, solo nel 1956 furono liberati tutti. Dopo anni, alcuni di loro tornarono in Italia e per anni vissero in silenzio nella volontà di difendersi dalle accuse ed al tempo stesso di autocondannarsi. Il PCI in quegli anni, dopo averli convinti ad emigrare in quelle terre per seguire un ideale, non aveva mostrato nei loro confronti molto interesse. In Italia nessun esponente del PCI avviò alcuna trattativa con Tito affinchè i compagni di Monfalcone fossero lasciati liberi da Goli Otok, campo di prigionia che non aveva nulla da invidiare ai lager nazisti. La differenza fondamentale tra l'esodo della comunità italiana dall'Istria e la Dalmazia ed il controesodo dei comunisti italiani in Jugoslavia è evidente. Da una parte la popolazione istriana e dalmata fu obbligata dal trattato di Parigi (1947) e quindi dal regime di Tito a lasciare quelle terre; dall'altra i monfalconesi furono appoggiati dal PCI ed, inizialmente, bene accolti dal regime di Tito, fino al 1948 con la separazione della Jugoslavia dal Cominform, e così «traditi».

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