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8 settembre 1943

La sera dell'8 settembre 1943, quando la voce del maresciallo Badoglio annunciò agli italiani la firma dell'armistizio, le forze del regio esercito schierate nella Venezia Giulia e nelle nuove «province» slave si dissolsero con la stessa drammatica rapidità che travolge tutti gli altri reparti schierati in Italia, nelle isole egee, in Grecia, nella Francia meridionale, in Albania e in Montenegro. Le forza tedesche occuparono subito i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, ma per carenza di forze trascurarono l'entroterra. A colmare il vuoto di potere si mossero gli antifascisti: con qualche titubanza quelli italiani - soprattutto, ma non esclusivamente, comunisti - che erano presenti nelle città costiere, e con maggior decisione e urgenza quelli sloveni e croati legati al Movimento di liberazione jugoslavo. Tale movimento era già da tempo attivo sul territorio istriano, non però con unità combattenti, ma con una rete clandestina impegnata soprattutto nella raccolta di informazioni e nel reclutamento di giovani per le formazioni partigiane croate operanti nei dintorni di Fiume e sul massiccio del Gorski Kotar. Opera che stati come Inghilterra e Stati Uniti videro come una sostanziale manovra di disturbo nei confronti dell'esercito nazista. Furono infatti molti gli scontri tra partigiani italiani–slavi e le truppe dell'esercito tedesco.


Proclami di annessione

Il movimento di liberazione jugoslavo fin da subito si preoccupò di proclamare le città dell'Istria e della Dalmazia non più italiane ma annesse alla Jugoslava. Il 13 settembre 1943 l'insurrezione scoppiò a Pisino, subito dopo Otocac fino a Zara e Fiume. In questo caso, come ci avverte Roul Pupo in “Le foibe”, va fatta un precisazione riguardo l'interpretazione di queste annessioni.

Sulla natura dei decreti di annessione vi fu all'epoca qualche fraintendimento[...].Dai partigiani sloveni e croati essi vennero accolti come provvedimenti aventi forza di legge emanati dall'unico organo cui gli aderenti al Movimento di liberazione jugoslavo riconoscevano tale diritto, l'AVNO appunto. Come conseguenza di tali deliberazioni perciò, l'annessione veniva considerata una realtà già in atto, che andava ovviamente difesa con le armi e la diplomazia, ma che in Istria, così come per Fiume e per il litorale sloveno rendeva gli organi creati dal medesimo Movimento di liberazione gli unici legittimi detentori del potere. È solo a partire da tale fatto compiuto che possono essere pienamente comprese non solo la complessa pagina dei rapporti tra il Movimento di liberazione jugoslavo e quello italiano nei territori che le “autorità popolari” e il Partito comunista sloveno e quello croato consideravano già appartenenti al nuovo stato jugoslavo, ma anche le logiche sottostanti la repressione che ben presto si abbattè sulla popolazione italiana dell'Istria.

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“I nemici del popolo”

Ben presto nell'Istria cominciarono gli arresti. Nelle località costiere, dove il potere era stato inizialmente assunto da elementi antifascisti italiani, a venir imprigionati furono prevalentemente squadristi e gerarchi locali. Accanto a essi però, nelle aree controllate dagli insorti croati, vennero fatti sparire i rappresentanti dello stato, come podestà, segretari comunali, carabinieri, guardie campestri, esattori delle tasse e ufficiali postali: era questo un segno evidente della volontà diffusa fra i quadri del Movimento popolare di liberazione di spazzare via chiunque ricordasse l'amministrazione italiana, odiata dalla popolazione slava per il suo fiscalismo oltre che per le sue prevaricazioni nazionalistiche e poliziesche.
Nelle città si formarono i tribunali del popolo che non funzionarono bene. Spesso i giudici erano ex criminali o persone con alcuna qualifica, ma per essere condannato “nemico del popolo” bastava essere riconosciuto fascista. Successe così che in alcune zone a pagare fosse qualche grosso gerarca locale ed in altre fossero liquidate persone – fasciste o no – colpevoli di crimini di guerra o di collaborazionismo con il regime, anche senza che questi di crimini ne fossero accertate le prove. Furono, infatti, uccisi anche proprietari terrieri italiani, dirigenti, impiegati, capi d'impresa, anche commercianti, farmacisti, medici, veterinari e tutte le figure di spicco della comunità italiana.

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Le foibe del 1943

Le foibe sono cavità carsiche profonde anche più di duecento metri. Agli inizi di ottobre era vicina l'offensiva tedesca voluta da Hitler per ricontrollare quelle zone, strategicamente utili per il fronte orientale. Le truppe artigiane prossime alla ritirata verso la Jugoslavia preferirono non lasciare scomode tracce di cadaveri e le foibe erano un'ottima soluzione. I “nemici del popolo” venivano giustiziati spesso davanti ad una foiba in cui venivano gettati i cadaveri, ma sono stati ritrovati cadaveri che dimostrato anche efferati segni di tortura o, come nel caso di Norma Cossetto, gettati vivi.

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La contro offensiva: il rastrellamento dell'esercito tedesco.

Il 23 settembre 1943 Benito Mussolini fondò la Repubblica Sociale Italiana, popolarmente nota anche come Repubblica di Salò. Si instaurò nei territori dell'Italia settentrionale, esclusi le province di Trento, Bolzano, Belluno, il Friuli e la Venezia Giulia, in sostituzione del Partito Nazionale Fascista; servì come pretesto ai nazisti per controllare con parvenza di legalità, quella parte del territorio italiano non occupato dagli Alleati. La R.S.I. venne guidata dalla sua creazione fino alla dissoluzione nell'aprile del 1945 da Benito Mussolini.
Il giorno precedente Hitler ordinò di soffocare l'insurrezione istriana con un'operazione militare in grande stile, rapida e risolutiva>. In tutto il Friuli Venezia Giulia fino all'Istria e la Dalmazia si mossero più di 45000 soldati tedeschi e italiani, circa 6000 furono quelli impiegati in Istria e ad essi si affiancarono migliaia di carabinieri finanzieri e agenti di Pubblica Sicurezza. In Istria i repubblichini svolsero un ruolo particolarmente odioso: quello di consegnare ai tedeschi i loro concittadini e connazionali; svolsero opera di fiancheggiamento nelle operazioni di rastrellamento e di fucilazione delle popolazioni civili e dei partigiani, nell'identificazione e nel massacro degli antifascisti, italiani o croati e sloveni che fossero. L'arrivo delle truppe naziste offrì ai fascisti locali l'occasione di uscire dai loro nascondigli, di riorganizzarsi e, ponendosi al servizio degli hitleriani e mettere in atto la vendetta per i camerati uccisi. Comunisti e non comunisti, chiunque avesse un conto scoperto con gli ex dirigenti la condanna arrivava senza processo. I repubblichini guidavano le truppe tedesche di villaggio in villaggio, di casa in casa, indicando loro le persone sgradite: “questi sono comunisti, questi sono assassini”.

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Le conseguenze del 1943

La momentanea ritirata delle truppe partigiane slave, causata dalla contro offensiva delle truppe tedesche (ottobre 1943), non cancellò le paure degli italiani dell'Istria e della Dalmazia destate dalle insurrezioni popolari. Si diffuse anzi la preoccupazione per una nuova e forse definitiva ondata “slava”, che avrebbe travolto gli italiani nel caso in cui fossero ricaduti sotto il potere jugoslavo. Forse è per questo che pare opportuno definire gli eventi del 1945 come una “tragedia annunciata”.

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